Di Ruderi e Scrittura

Il Taglio dei Vermi 1/2- Il Rito

“Tra i racconti della tradizione popolare italiana che sin da bambino più mi hanno affascinato, ci sono quelli delle guaritrici. Donne con il “dono”, a cui ci si affidava in modo incondizionato per la loro conoscenza e il tangibile amore materno. Da piccoli, eravamo in molti curiosi di sapere chi fosse il lupo mannaro della nostra città, che alla fine era quasi sempre un vicino di casa o, nel mio caso, il tabaccaio di via San Giuseppe che si narrava avesse un occhio di vetro – leggenda metropolitana. Sappiamo poco invece delle guaritrici, donne con l’esistenza divisa tra sacro e profano che vivevano tra noi senza creare alcun scalpore. Ci si rivolgeva a loro per curare il fuoco di Sant’Antonio, le storte, la verminosi e il colpo della strega. In questo scritto mi occuperò della verminosi. Chi erano le guaritrici e quale era il loro ruolo all’interno della società?

Prendiamo ad esempio gli anni del secondo dopoguerra, con ancora un sistema di inesistente o scarsa telecomunicazione, e come protagonista una giovane madre che non conosce la natura dei dolori del proprio figlio. Consideriamo Nadira, di cui abbiamo letto. In assenza di un dottore, a chi si potrebbe affidare una madre che vede il proprio bambino strillare e contorcersi dai dolori? Se sola in casa, di certo in preda alla disperazione, Nadira spalancherebbe la porta e uscirebbe di corsa in strada per cercare aiuto dai vicini o dai parenti, se li avesse. Una volta raggiunti, in quel momento di condivisa angoscia qualcuno di loro proporrebbe un’idea su come aiutare il bambino e una vicina probabilmente riconoscerebbe subito il “puzzo dei vermi”. A quel punto, senza preoccuparsi di orari e spese, tutti insieme correrebbero dalla guaritrice.

Il puzzo dei vermi è un odore che veniva percepito realmente, ma che aveva un’altra origine: era infatti odore di acetone, spesso presente nei disturbi digestivi causati dai vermi intestinali – gli ossiuri – ma anche in dispepsie di natura diversa. Gli ossiuri possono provocare disturbi neurologici quali insonnia, irritabilità, vertigini e convulsioni; disturbi gastro-enterici come vomito, nausea, dolori addominali. Si stima che in Italia il 50% dei bambini e adolescenti sia colpito almeno una volta da un’infezione di ossiuri[1]. A differenza di quel che si può pensare ciò non ha a che fare con le condizioni igieniche.

Quando ero piccolo ricordo che io li ebbi, i vermi. Erano piccoli, bianchi e con attenzione erano visibili a occhio nudo nelle feci. Il medico mi prescrisse una dieta ricca di probiotici, da assumere il primo giorno e poi dopo quindici giorni. Ci disse, inoltre, di continuare a controllare le feci per vedere se persistevano e in caso di tornare. Avrò avuto circa cinque anni e ricordo che, durante quel periodo di guarigione, ogni volta che andavo al bagno chiamavo mamma e guardavamo dentro il gabinetto insieme per controllare se i vermi c’erano ancora. È un ricordo probabilmente intimo, ma che mi piace riportare qui perché testimonia il vero. Eppure non nego che, oltre a conoscere la mia vicina di casa, a cui si affidavano in molti per comprare uova e ortaggi del suo orto e togliere il malocchio – mai di martedì o venerdì – mi sarebbe tanto piaciuto conoscere anche una tagliatrice di vermi.

La prima domanda che mi posi quando iniziai a fare queste ricerche fu la seguente: perché i guaritori – o le tagliatrici nel nostro caso – sono quasi sempre donne?

La risposta non tardò ad arrivare: dopo aver letto il libro di Antonella Bartolucci, Le Streghe Buone, mi bastò poi riportare alla mente quel poco che conoscevo dell’immaginario del mondo contadino. L’uomo si alza al mattino presto e sta sempre fuori casa, la donna, anche se lavora, è sempre colei che si deve occupare di ogni problema riguardante la casa e i figli di tenera età, e dunque della loro salute dal momento del parto fino a tutta la crescita. Che siano giovani madri o anziane nonne, sono le donne che allevano i figli e intervengono nei momenti di crisi tra i quali le situazioni di malattia o di morte. Le donne, dunque, divengono le principali intermediarie quando le condizioni di difficoltà colpiscono l’ambiente familiare o il vicinato. Sono propense a capire il problema proprio per via della loro esperienza.

Trovo rassicurante sapere che figure come la tagliatrice di vermi – non solo a Bari, ma in molte parti dell’Italia e del Mediterraneo – in modo silenzioso fanno ancora parte del nostro tessuto sociale. Non si sostituiscono mai a un dottore, non ne hanno la pretesa. A dispetto del corrente pensiero capitalista, chi si affida alle guaritrici non ha bisogno di corrispondere alcun compenso in denaro, ma le ripaga con semplici beni primari o un’offerta a una chiesa o una carità a scelta del paziente. Così il debito della guarigione è saldato con il baratto e non rimane il peso della riconoscenza.

Come funziona il rito?

(La guaritrice) Colei che segna, interviene con un segno, formato da una parte orale, lo scongiuro, le preghiere o più semplicemente le parole (segrete, tramandate solo con l’approssimarsi della morte) e da una parte manuale, rappresentata da segni di croce e apposizione delle mani. (Bertani, 1981, 62)

La pratica si svolge contemporaneamente in due momenti: quello gestuale e quello verbale. La parte gestuale è rappresentata da segni di croce e apposizione delle mani che praticano al bambino un massaggio. Il vero momento fattuale, e sicuramente più affascinante e misterico, è nelle parole. La guaritrice sussurra tra le labbra una preghiera in lingua vernacolare di antica usanza e, soprattutto, uno scongiuro in cui spesso si fa riferimento al santo taumaturgo.

Prima di cominciare a recitare, la guaritrice si passa dell’olio nelle mani e si fa il segno della croce, chiedendo perdono a Dio per quello che sta per compiere. Segna poi il paziente e solo dopo procederà sul corpo di quest’ultimo, tracciando dei movimenti composti da gesti più piccoli eseguiti aprendo e chiudendo le dita tra l’indice e il pollice, il cui disegno complessivo sarà ancora il simbolo della croce. Il tutto viene ripetuto tre volte. I segni devono essere effettuati sul ventre, nella zona ombelicale dell’ammalato, e il tutto si conclude con un lieve pizzicotto. Dai gesti, infatti, viene il nome di questi guaritori, o segnatori, perché “segnano” il bisognoso e lo liberano dal malessere. È peculiare come, a differenza del resto d’Italia, solo nella città di Bari le persone che segnano i vermi prendano il nome di tagliatrici. Il nome deriva dal gesto conclusivo della guarigione, con le dita che si muovono come due lame di forbici a tagliare, appunto, i vermi ai bambini.

Mentre, come spiegheremo più avanti, il sapere della maggior parte delle guaritrici si tramanda tra le donne di casa, generalmente di suocera in nuora, la vicenda di come la signora Porzia sia diventata una tagliatrice di vermi è del tutto casuale. Una storia vera di integrazione e profondo bene che ritengo rappresenti appieno il carattere di accoglienza del nostro popolo. Una testimonianza che ho scelto di romanzare usando il personaggio caciarone della signora Gina, già protagonista del mio romanzo “Dopo il Funerale.” La signora Porzia è dunque la mia vera tagliatrice di vermi e, anche se conoscevo la sua storia[2], non avrei mai pubblicato questo libro prima di incontrarla di persona. Così, in un assolato giorno di fine maggio, mi sono presentato nel suo sottano nella Città Vecchia, con un mazzo di fiori tra cui una rosa che sapevo essere il suo fiore preferito. Mi recai da lei senza preavviso perché, sebbene fossi timorato da questo atteggiamento spontaneo, mi dissero che “qui è così che funziona.” Ero emozionatissimo e, oltre la tenda del basso, la trovai intenta a preparare l’impasto delle orecchiette nello stretto soggiorno, mentre la figlia stava già facendo bollire il sugo nella cucina accanto. Chiesi permesso e, posto da parte il tavoliere, la signora mi accolse con un sorriso. Mi offrì del limoncello fatto in casa, ottimo. Quando mi presentai come scrittore interessato alla sua storia, la volli rassicurare dicendo che non ero lì per parlare di Benedetto, il fratello disabile assassinato brutalmente da un branco di fascisti nel 1977, ma del suo lavoro di tagliatrice.

Questo è ciò che Porzia mi ha raccontato: «All’inizio, anche io non credevo a queste cose. In particolar modo perché mi era stato detto che queste donne bestemmiavano. Ma per necessità ho voluto imparare, tanto tempo fa, e ne sono felice. Una sera, una mamma di colore si recò da me perché il suo bambino aveva la febbre alta e non sapeva a chi rivolgersi. Infatti, a quel tempo non c’erano altre famiglie di colore a Bari Vecchia, e le persone non erano abituate ad avere relazioni con gente straniera, per paura di essere mal giudicate. Alcuni persino si schifavano. Quando portai la giovane donna dalla tagliatrice per togliere i vermi, questa non trovò il coraggio di toccare il bambino. Guardandolo, gridò: “In casa mia il sole non entra”. Ancora oggi, non so cosa volesse dire. Con il tempo, ho pensato che la tagliatrice si riferisse al detto “Addò trase u sole, non drase u dottore (ndr. Dove entra il sole non entra il dottore)” a significare proprio che non voleva curarla, non lo so!

Comunque, mi fece tanto male sentire il suo rifiuto, e così tornai a casa con la ragazza e il bambino, dicendo che avrei trovato un altro modo per aiutare quella creatura. Il mattino dopo, probabilmente per il gran senso di colpa, la tagliatrice bussò alla mia porta e mi chiese se volessi imparare. Io volevo aiutare il bambino e accettai. La tagliatrice mi spiegò quello che dovevo fare e io l’ho fatto. Mi ha fatto mettere l’olio alle mani e fatto fare i gesti e la preghiera. Non so come funziona, ma quella povera creatura smise di piangere. Lo faccio ancora. Ieri per esempio è venuta una madre con il figlio. Se posso aiutare, io do sempre una mano. Ma io lo faccio per amore, lo faccio per Lui» mi disse guardando un quadro di Cristo Risorto.

«Che fine ha fatto quella madre di colore?» chiesi. Porzia chiamò la figlia che stava girando il sugo e si fece aiutare ad alzare la cassapanca dove era seduta. Prese l’album delle vecchie foto e orgogliosa me ne mostrò alcune. Vedi» mi disse «questo è il bambino e questa la sua sorellina. È nata dopo. Madò che belli!» Baciò la foto. «Ormai sono di Bari Vecchia, devi sentire come parlano il barivecchiano! Qui li conoscono tutti come i figli di Porzia, gli vogliono bene e guai a chi li tocca. Ormai sono cresciuti» concluse mostrandomi fiera una tradizionale foto del bambino con il pisellino di fuori su un asciugamano «e io sono anche diventata la nonna dei loro figli. Sono la gioia mia.»

Quella donna era di una tenerezza disarmante!”

©️ Tutti i diritti riservati

Continua quiIl taglio dei vermi 2/2 – il dono e la preghiera segreta

[1] Antonio Maria Ricci, responsabile del servizio di gastroenterologia pediatrica del Policlinico San Matteo di Pavia.

[2] Dall’articolo “Il misterioso taglio dei vermi: ecco chi ne ha ereditato la formula” di Nicola Laricchia pubblicato da Barinedita.it (15 febbraio 2013). Ulteriori informazioni sulla storia di Porzia e il taglio dei vermi mi sono state date direttamente dalla sorella del piccolo mauriziano aiutato, che ha accettato l’intervista e ringrazio.

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18 risposte »

  1. Mia nonna, di bari, tagliava i vermi. Ricordo il rituale che hai descritto alla perfezione ed io bambina che non capivo questa “magia”. Aveva promesso che da grande mi avrebbe insegnato o tramandato il rituale , ma non lo fece mai e la antica usanza se ne è andata con lei.

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  2. Grazie a tutti per l’interessamento! Luisa il libro uscirà a fine settembre con la Wip Edizioni e sarà disponibile in tutte le librerie. Più avanti, forse novembre, inizierò a fare qualche incontro. Uno tra questi a Bari dove intervisterò una vera tagliatrice di vermi.

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  3. Eppure, io sono cresciuta che mi dovevano tagliare i vermi. Ma nel mio caso era ancora peggio, non era mal di pancia come dicono. Nell’articolo smontano la realtà…. Io dopo che assistevo a scene bruttissime che non voglio dire qui, così, avevo febbre alta, vomito e pianto. Mia madre mi portava prima a tagliare i vermi e poi dopo mi mettevano l’aglio sotto il naso. A volte vomitavo verde, altre non vomitavo. Fatto sta che di salute stavo meglio. Psicologicamente no, perché chi mi tagliava i vermi praticava tutte le preghiere sotto la maglia e la cosa mi ha sempre inbestialita. Miimbestialisce ancora tutt’oggi. Se ci penso mi continua a fare schifo, soprattutto perché lui voleva portarmi in stanza dove dovevamo stare solo io e lui. Mia madre si è opposta dicendo che lei doveva assistere a tutti i costi. Grazie mamma! Avevo 7 o 8 anni quando ancora tagliavo i vermi. Non so tutto questo sia vero o no. Sono ancora incredula sinceramente a questo rito che so si tramandava solo alla morte di chi lo eseguiva e solo a una persona degna😑😑.
    So solo che l’unica cosa che mi faceva stare bene era l’aglio, stop. Il resto erano stronzate sue.

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  4. Buongiorno, scusate ma avrei bisogno del vostro aiuto.
    Mio nonno paterno era un “guaritore”. Segnava le storte, distorsioni, fuoco di Sant’Antonio e “presumo”, malocchio o invidia.
    Mentre le segnature per storte, distorsioni e fuoco di Sant’Antonio non le nascondeva a noi nipoti, spesso alcune persone che venivano da lui le portava con lui in cantina. Luogo, che a noi nipoti e famigliari è sempre stato vietato seguirlo.

    L’argomento nella mia famiglia è stato sempre elegantemente glissato se io chiedevo qualcosa. Allora io ero una ragazzina e la curiosità era tanta.
    Quando chiedevo al nonno mi rispondeva: “un giorno saprai tutto, quando sarai più grande”.
    Mi sono sposata giovane e la frequentazione con il nonno non era più giornaliera, anche se il nostro legame è rimasto molto stretto.

    Gli anni sono passati finché il nonno ci ha lasciato.

    Forse, e lo penso solo oggi, mio padre non ci credesse, pur essendo una persona Cattolica e con la mamma frequentatori della Chiesa.
    Un giorno mio padre, mentre lo aiutavo a svuotare la casa dei nonni e degli zii, dalla tasca estrae un pacchettino incartato dicendomi “questo libretto era del nonno Lino, mi ha lasciato detto di darlo a te”.

    Al momento io l’ho scartato con grande emozione. Era un libretto di preghiere in latino. La gioia era tanta, avere qualcosa di suo era per me come avere un tesoro. L’unico particolare che ho notato subito è una scritta a matita nella prima pagina. il nome del mio papà. Ma nella circostanza non l’ho sfogliato, arrivata a casa l’ho riposto in un mobile pensando che il papà mi avesse voluto regalare quel libretto ma che fosse destinato a lui.

    Da allora, era l’anno 1996, il libretto è rimasto chiuso nel mobile fino ad una settimana fa. Nel cercare in quel mobile tutt’altro, mi ritrovo fra le mani il libretto. Sfogliandolo, in una pagina interna, che allego in foto, trovo una croce fatta con le foglie di ulivo incollata con cera bianca.
    Una croce a penna, la data “6/1/1959” e sotto “Per S.- nonno”.
    Io sono nata a Reggio Emilia nel 1958, sono stata battezzata nella Cappella dell’Ospedale perché una mia giovane zia si era da poco ammalata di Sclerosi Multipla e nessuno si sentiva emotivamente coinvolto, nel rispetto della zia, a festeggiare il mio battesimo.
    Questo mi ha spiegato la mia mamma, ancora oggi in vita.

    Abitando a Reggio Emilia, è poi stato festeggiato in casa, durante il periodo trascorso a casa dei nonni paterni e zii, dal 26 dicembre al 10 gennaio 1959…. (circa).
    La Vigilia e il Natale eravamo a casa dei nonni materni.

    Dal giorno della scoperta del contenuto del libretto ho cercato di cercare ulteriori spiegazioni anche e soprattutto da mia mamma, che oggi ha 89 anni.
    Lei non è a conoscenza di niente, mio padre non le ha mai accennato nulla, solo una cosa ricorda benissimo: a mia sorella maggiore il nonno avrebbe voluto mettere fra le mani una forchetta, ma la nonna glielo avrebbe impedito.

    L’ho implorata di cercare di mettere a fuoco anche il più piccolo particolare di quel periodo di permanenza dai nonni. E dopo una settimana si è ricordata che un giorno la zia mi aveva cambiato il pannolino e tornando in cucina aveva esclamato: “Ma dove l’avete portata questa bambina? Aveva dei chicchi di grano sotto la maglietta!”

    La reazione di chi era presente era stata una solenne risata.
    Cortesemente vorrei capire di più. So che insieme a quel libretto avrei dovuto trovare degli scritti, o mio padre era la persona incaricata a darmeli? Avrà pensato che io avessi trovato subito quella pagina e non avendgli chiesto nulla che non mi interessava? Purtroppo non posso più chiederglielo…. è mancato nel 2004

    Io da qualche anno sono operatrice Reiki, di Tecnica Metamorfica, consulente di Fiori di Bach e amante dei cristalli come aiutanti negli stati emotivi e dolorosi.
    Io ho sempre pensato che nulla succede per caso. Forse questa scoperta doveva arrivarmi ora.
    Ma mi trovo a non capire e non sapere cosa devo fare. Grazie di cuore se qualcuno potrà aiutarmi. 🙏🏼❤️🙏🏼

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      • S.M. Può darsi che tuo nonno ti abbia protetto da qualcosa. A me non pare che i chicchi di grano siano un buon segno. Quella era una protezione per te. Almeno questo io penso. I chicchi di grano, in alcune regioni, vengono utilizzati per segnare il malocchio.Forse la differenza la fa l’intenzione. Anche qui da me a Lugano trovare ad esempio del grano dentro un cuscino chiuso è indice di malocchio

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      • Giuseppe, non esiste più….la casa dei nonni è stata venduta 😥 .Palmira, grazie proteggerò con cura il sigillo del nonno. Vorrei provare a segnare, ma in realtà non so se ho il dono. Anche, manca il rito e cosa posso eventualmente segnare. Mio nonno ricordo che per segnare le storte usava le dita facendo delle croci. Comuqnue, ritornando alla mia storia, un frate, tramite una segnatrice, mi ha riferito che i chicchi di grano venivano messi quando si voleva passare il dono senza che altri se ne accorgessero. Forse perché contrari.

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      • S.M. come dici tu manca il rito… tutti sono diversi, io mi sono fatta segnare una storta e me l’hanno segnata con dei semplici sassi mentre recitava qualcosa, a me hanno lasciato una maniera di segnare e la mia bisnonna detto da mio papà e da chi l’ha vista usava i fili di saggina della scopetta che si usava pulire l’asse della pasta fatta in casa. Però il mio sesto senso dice che qualcosa c’entra sia le foglie d’ulivo..

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