Di Ruderi e Scrittura

Streghe, riti e baccano ecco perché da sempre festeggiamo San Giovanni

Pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 23 giugno 2021

La veglia di San Giovanni cade tra il 23 e il 24 giugno. È una notte carica di ritualità magiche, la vigilia dell’impossibile, dei prodigi, dei rituali d’amore e delle streghe. In questo articolo, tratteremo due tra le più interessanti leggende giunte sino ai giorni nostri, tra cui quella tutta barese e poco conosciuta del sonno di San Giovanni.

A Roma, la vigilia che conclude le tre notti pagane del solstizio d’estate e che da inizio alla stagione del raccolto ebbe una felice reinterpretazione in chiave cattolica. Era credenza popolare che, la vigilia di san Giovanni, i fantasmi di Erodiade e di sua figlia Salomè – che avevano fatto decapitare il Battista, e per questo erano state condannate a vagare per il mondo su una scopa – chiamassero a raccolta tutte le streghe sui prati del Laterano.

Per proteggere la Basilica di San Giovanni e dunque scacciare le streghe, a lume di torce e lanterne, i fedeli partivano da tutti i rioni di Roma e dai paesi vicini per concentrarsi a San Giovanni in Laterano, che era ritenuta la più importante chiesa della capitale. I partecipanti, prima di lasciare la propria abitazione, provvedevano a rovesciare sull’uscio di casa una manciata di sale grosso e a porre alla porta d’ingresso una scopa di saggina. Si diceva infatti che le streghe, oltre a essere dispettose, fossero anche estremamente curiose e si sarebbero fermate sull’uscio a contare i grani di sale e i fili di saggina. Così facendo, invece di raggiungere il Laterano e poi il Noce di Benevento, avrebbero perso le ore preziose della notte e, sorprese dall’alba, sarebbero state dissolte dai raggi del sole.

Jean Léon Gerome, 1896. La Vérité sortant du puits, La verità che esce dal pozzo.

La partecipazione popolare a questa ricorrenza era massiccia: si mangiava e si beveva in abbondanti banchetti e soprattutto si doveva far rumore con trombe, trombette, campanacci, tamburelli e petardi di ogni tipo. Con questi rumori assordanti e con la grande confusione si impaurivano e si allontanavano gli spiriti del male e le streghe, non solo per salvare la Basilica, ma anche per impedire loro di raccogliere certe erbe che, colte in quella notte, costituivano materia prima per i malvagi incantesimi.

Nella capitale la festa si concludeva all’alba. Dopo lo sparo del cannone di Castello, il Papa si recava a San Giovanni in Laterano per celebrare la messa alla presenza delle autorità religiose e politiche e, al termine della funzione, dalla loggia della Basilica gettava monete d’oro e d’argento, scatenando la folla presente.

Il sonno di San Giovanni

A differenza di Roma, Bari aveva già molte storie e tradizioni legate alle streghe e, riservandosi il diritto al baccano della vigilia, inventò una nuova tradizione.

Una leggenda narra che san Giovanni cadde in un sonno profondo durato tre giorni e tre notti. Era talmente profondo che nemmeno Gesù riuscì a destarlo. Al suo risveglio, Gesù gli disse: “Ieri è stato il tuo onomastico e non te ne sei accorto!”

Secondo la fantasia popolare, in questa ricorrenza tutti dovevano stare alzati e far fracasso con trombe, trombette, campanacci, tamburelli e petardi, per aiutare Gesù a svegliare il Battista prima del suo onomastico.

Chi portava il nome di Giovanni, poi, doveva onorare il Santo addobbando con festoni lo spazio in cui abitava, che si trattasse di una via o di una corte, e imbandendo un banchetto con il tradizionale piatto stracolmo di pasta minuicchi con pomodorini freschi e ricotta marzotica, e altre prelibatezze tra cui i fichi fioroni. Erano chiassose e gaie tavolate all’aperto: sui terrazzi, sui balconi, per le strade, dinanzi agli usci dei bassi, nelle corti e nei vicoli della Città Vecchia, dove famiglie, amici e conoscenti si riunivano con gioia a dispetto di qualsiasi miseria umana.

Banchetto di San Giovanni presso la chiesa di San Giovanni Crisostomo, Bari vecchia
Disegno di Bartolomeo Sciacovelli, in arte Iacoba
https://bit.ly/34B5eKm

Era anche il tempo delle serenate d’amore sotto il balcone, e le donne “vacantine”, così si chiamavano le ragazze in attesa di marito, traevano gli auspici per conoscere il mestiere del futuro consorte. Seguendo un antico rito, si faceva fondere sul fuoco del piombo, per poi gettarlo incandescente in un recipiente d’acqua, nel quale si solidificava assumendo le forme più strane. Dall’interpretazione di quelle forme, le ragazze avrebbero potuto capire il mestiere del futuro marito.

Articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 23 giugno 2021 con il titolo:
Streghe, riti e baccano ecco perché da sempre festeggiamo San Giovanni – Da Roma a Bari, la notte della veglia

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