Di Ruderi e Scrittura

Vitti, la madre di Monica

“Con quel naso non farai mai l’attrice!” Monica era l’antidiva. Una ventottenne dalla voce roca e dal naso prominente, pronta a farsi strada tra le bellezze del cinema italiano e straniero degli anni ’60 – Sophia Loren, Anita Ekberg, Gina Lollobrigida. Monica fu anche figlia. Figlia vittima di una madre anaffettiva che l’attrice non smise mai di amare. Per questo scelse il nome d’arte Vitti, prima parte del cognome della madre, Vittiglia. O forse, anche perché, siciliana d’adozione, Vitti era la prima persona singolare del verbo vedere in messinese, Ho visto!

Non di rado capita che qualcuno, dall’alto delle proprie certezze sentenzi parole in grado di frantumare un sogno. Parole come quelle riservare a Monica Vitti “Non sarai mai un’attrice!” Monica accomuna molti di noi, da sempre è stata testimone di esseri umani straordinari che nonostante il poco sostegno, sono riusciti o riusciranno ad esistere e vivere solo appagando i propri sogni. Per questo, quando capiterà che quel “qualcuno” di turno pronuncerà frasi come “con quel naso non farai mai carriera”, dimenticando che il mondo è ancora capace di stupirsi, ricordiamogli che nel mondo è esistita una donna grande e straordinaria come Maria Luisa Ceciarelli, Monica Vitti.

Di seguito un mio racconto liberamente ispirato dalla lettura dei suoi “diari”, Il letto è una rosa e Sette Sottane, sui ricordi intimi dell’attrice e le conseguenze del rapporto tra Monica e la madre.

Gaetano Barreca

Vitti

“Le donne mi hanno sempre sorpresa: sono forti, 
hanno la speranza nel cuore e nell’avvenire.”

dall’intervista di Maria Grazia Recanati

 “C’est ridicule!” Giunti i titoli di coda, il pubblico in sala esplose in una risata scomposta. “Come si fa a presentare un film così al Festival di Cannes?”, “Dov’è finita Anna?” I pochi applausi furono sopraffatti dai fischi che si inseguivano goliardici e si moltiplicavano per il teatro. Nei posti d’onore in prima fila, incupita, Monica fece cadere la sigaretta a terra per inabissarsi nella sua poltroncina a spegnerla. Era forse colpa della sua voce roca? Le luci non erano ancora state accese quando Antonioni prese il braccio dell’attrice, ed entrambi lasciarono la sala a busto piegato. Forse il padre di Monica aveva ragione. Dopotutto, “le donne  –  diceva – dovrebbero fare i figli e poi morire.”

Salendo un gradino con troppa fretta, lo stretto vestito da sera le bloccò l’alzata del ginocchio facendola capitombolare sulla moquette delle scale. Nel voltarsi per riprendere il foglietto giallo che le era sfuggito dalla borsetta, si ritrovò di nuovo bambina, sorpresa nel raid americano di Napoli, immobile sotto i vagoni della funicolare. I fischi subiti le ricordarono il rumore degli aerei in picchiata pronti a scovarla. Col viso a terra Monica respirava piano e in fretta, per far passare il tempo più velocemente. I proiettili la sfioravano, uno colpì la scarpa perduta. Tra le ruote e i binari si tappò le orecchie per non sentire più niente. Qualcuno morì vicino a lei, sentiva un arto estraneo e immobile addosso.

Ricordò che correndo tra la folla per cercare riparo aveva perso sua madre. Non avvertiva più il profumo della sua pelle. Quel senso di vuoto la fece balzare ancora più indietro nel tempo, nel letto grande a Messina, tra l’odore di cannella della madre e quello duro del padre, al sicuro dai brutti sogni che non aveva mai smesso di avere. Dalle fessure delle persiane chiuse, la leggera brezza impregnata di salsedine attraversava le finestre spalancate per l’afa estiva, arrivando e fuggendo come le onde del mare.

Da sempre Monica affidava le proprie emozioni all’olfatto. Gli odori però mentono, non sempre sono affidabili. L’ambito rifugio in cui si trovava era un letto disperato. Disperato come la madre che in quella notte scolpita non poté trattenere urla e isteria per un nuovo tradimento del marito. I genitori si erano scambiati frasi atroci, si offesero e ancora una volta trascurarono il loro amore, i reciproci odori, umiliandosi. Frattanto lei a pancia in giù spingeva la bocca sul cuscino più forte che poteva per non far sentire i singhiozzi, per non respirare quell’odio. Dopo una valanga di urla, innervosito il padre mandò la moglie a quel paese e, rotolandosi nelle lenzuola, voltò le spalle a entrambe. Quella notte, Monica scoprì la solitudine di sua madre e si promise di salvarla. Salvarla dalle menzogne che raccontava a se stessa, narrando alle amiche storie di una famiglia inventata. C’era la guerra. Da Messina andarono a Napoli. Dal Vomero a Roma, dove arrivarono con l’essenziale. La loro casa sul Golfo che faceva intravedere il mare fu bombardata e persero tutto. I genitori presero vie opposte, Il padre scelse di portare con sé i due figli maschi e a Monica, furono affidate queste parole: “Mamma è molto malata. Sei una femminuccia. Devi pensarci tu.” Il padre andò chissà dove e, a dieci anni, lei si ritrovò in una pensione maleodorante, ritenuta ottimo nascondiglio dai rastrellamenti dei tedeschi, cercando di prendersi cura come poteva della madre. Nei giorni che trascorrevano facendo di tutto per alleviare i dolori della mamma, anche cose meno piacevoli che fanno le infermiere, sentì il profumo di cannella affievolirsi, fino a svanire del tutto dalla pelle e dalle vesti. Sua madre era diventata completamente gialla. Aveva bisogno d’aiuto, non sapeva a chi rivolgersi. Dalla sala da pranzo si sentiva ‘Ba… ba… baciami piccina…’, Monica alzò la cornetta e chiamò un’ambulanza. Giunsero due infermieri sudati e spettinati con camici logori. Guardarono la madre con occhio distratto. In quei giorni, erano così abituati a prelevare cadaveri che avvolsero la madre nel lenzuolo come per farne un fagotto, prima di portarla via in barella. Monica rimase a guardarli scendere giù per le scale. Osservava il piccolo corpo della mamma ondeggiare, mentre gli infermieri parlavano dei fatti propri, pronti a sbarazzarsi di quel corpo tra i tanti. Un fardello pronto da buttare. Rimase sola, e fu invitata a lasciare quella stanza. Le venne dato un altro indirizzo, nei vicoli di Borgo Pio.

A Cannes, con uno scossone, Michelangelo riportò l’attrice alla realtà. Era il 1960, la guerra era finita da un pezzo. La sua famiglia non c’era più, Monica non doveva più vivere per dimostrare d’esistere. Michelangelo l’aiutò ad alzarsi, raccolse il foglietto con un numero di telefono a lui sconosciuto, probabilmente estero, che Monica portava sempre con sé. Lo ripose nella borsetta e gliela consegnò. Le disse: “Il Festival non ha compreso il film. Ma L’Avventura è il nostro film, un film in cui solo noi crediamo. Non è così?” Nel rialzarsi, Monica cercò aiuto appoggiandosi al bracciolo di un sedile, ma toccò il polso di un uomo. Tirò indietro la montatura degli occhiali e le apparve il volto severo di suo padre pronto ancora a imbruttire la vita con quella frase: “le donne dovrebbero fare i figli e poi morire.” Al diavolo suo padre. Monica afferrò più stretta la mano di Michelangelo e giunti sulle scale esterne, assieme si lasciarono andare a un pianto nervoso. In quella notte di metà maggio, con la brezzolina che proveniva dal mare che inumidiva la pelle, Michelangelo pose il suo lungo cappotto sulle spalle di Monica e insieme si recarono in albergo. “Domani mattina torniamo a Roma.” le disse  “Prepara le valigie, ci vediamo nella hall.”

Tre notti dopo, rientrata da una serata ancora a Cannes, Monica lanciò la borsetta sul letto, prese le sigarette, aprì e ripiegò in due il foglietto giallo con il numero di telefono. Avvertì la necessità che la sua pelle fosse ancora avvolta dalla brezza marina e con uno strattone alla tenda si portò al balconcino. Il mare buio della Francia appariva senza fine. Nero, come lo schermo di un cinema prima di un nuovo inizio. Accese una sigaretta. Si piegò per toccare il ginocchio che le faceva ancora male dalla caduta al Festival.

Chissà come, decise che sarebbe stata ora di comporre quel numero. Dalla borsetta prese quel foglietto e si avvicinò alla ghiera del telefono. Puntò il dito allo  zero e iniziò a far girare il disco fino in fondo. L’indice ripartì alla volta dell’uno e poi un’altra cifra. Era un numero lunghissimo, dovette riagganciare due volte prima di comporlo tutto. Infine, riuscì a prendere la linea nelle Americhe. Le rispose sua madre. Monica si ritrovò di nuovo figlia, le raccontò che era a Cannes, al suo primo festival, a presentare il suo primo film da protagonista. Le disse che aveva scelto metà del suo nome da nubile, Vittiglia, come ispirazione per il proprio nome d’arte. Avvolgendo il filo della cornetta tra le dita, le spiegò che il film narrava di Anna, una ragazza borghese che scomparse su uno scoglio in mezzo a vulcani sottomarini, nelle Eolie, e non fu mai più trovata. Sicura che la madre ricordasse la sbadataggine della figlia, disse che era stata proprio lei, in una vacanza con Michelangelo Antonioni, a ispirare il film. Così, attratta dalla natura, si era persa, ma a differenza di Anna, lei fu ritrovata.

Durante le riprese a Panarea c’erano state molte emozioni. La bancarotta della casa di produzione, gli scioperi della troupe. Ancora, quando passarono la notte al freddo sullo scoglio di Lisca Bianca in mezzo a vulcani sottomarini, e il pescatore che tagliando la tromba d’aria salvò la vita alla squadra di lavoro.

Alla prima del film a Cannes, però, il pubblico non aveva gradito la scelta di Antonioni di non risolvere il giallo della scomparsa di Anna. Antonioni preferì così, dopo averla girata decise di tagliare la scena in cui si capiva che fine avesse fatto la donna scomparsa. Perché non importava se fosse stata ritrovata viva o morta. Anna siamo tutti noi. Anna è l’inconsistenza del nostro vivere, la sua sparizione rappresentava la volatilità dei nostri sentimenti. Nessuno ritrova un sentimento perduto. Nessuna persona viene ritrovata se sola. E non importava se il pubblico non l’avesse capito.

Monica era così entusiasta di parlare finalmente con la madre, che si sdraiava e poi si rialzava dal letto dopo poco, continuando a guardare intorno alla stanza. Come stesse recitando, la  tenne un po’ in sospeso per il gran finale. Le raccontò che il mattino dopo i fischi a teatro, lei e Michelangelo erano pronti con le valigie in mano per rientrare a Roma, quando all’ingresso avevano trovato una gran folla curiosa di vedere le loro facce. Nella hall dell’albergo, accanto al concierge, su un foglio firmato dai più autorevoli critici e uomini del cinema presenti a Cannes c’era scritto: “L’avventura è il più bel film che sia mai stato presentato al festival!” Per la ricerca di un nuovo linguaggio cinematografico, il film aveva infine ottenuto il Premio speciale della giuria.

Il commento della madre all’entusiasmo della figlia fu un primo silenzio, seguito da un “Avranno sicuramente sbagliato. E poi cosa pretendevi, Sbadatella, di vincere il Festival di Cannes?”

“Se ti danno fiducia, puoi fare miracoli” cercò di ribattere Monica.

“E no, Bruttisogni! Questo Antonioni sarà sicuramente un bravo regista, ma tu… È da quando ti sei messa in testa questa storia di fare l’attrice che te lo ripeto: la polvere del palcoscenico corrode anima e corpo. La polvere!”

“Quando diventerò brava mi verrai a vedere? Sono cambiata, vero? Sono molto cambiata. Ma io sono un’attrice. Ho il fuoco sacro.”

“Come?”

“Tu non puoi immaginare che cosa si prova quando si sente di recitare male. È una cosa orribile. Non sai più dove mettere le mani, non domini più la voce. Non sai più quello che devi fare. Ti senti ridicola. Non senti nemmeno più cosa ti dicono. Inciampi. Ma io sono un’attrice. Sì, sono un’attrice vera. Sono… no! Sono un gabbiano.”

“Devo andare Maria Luisa.”

“Ciao mamma, salutami tutti in America. Quando diventerò brava mi verrai a vedere? Sei andata via? Hai messo giù. Pronto? Mamma!”

Monica ripose la cornetta e disse: “Non sarò mai ribelle abbastanza, perché tu hai sofferto più di me.”    

La famiglia come la guerra aveva fatto capire a Monica che per sopravvivere avrebbe dovuto diventare un’altra, reinventare la realtà per cancellare la “vera” realtà che non amava. Recitare come terapia per aggrapparsi alla vita non le bastava più. Fu forse in quel momento, a sua insaputa, che decise di dimenticare. Non dimenticare i dolori, gli odori o gli errori, ma dimenticare fatti e persone. O forse, solo confondere tutto.

©️ Tutti i diritti riservati

Racconto di Gaetano Barreca pubblicato nel libro Storie in Cammino, prefazione di Nadia Terranova, AA.VV., Giulio Perrone Editore, 2021

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