Di Ruderi e Scrittura

Il più antico scongiuro per eliminare il malocchio: il rito della tegola

È raro, eppure può capitare che il malocchio, e i mali che esso comporta, sia talmente potente da resistere anche al più capace dei guaritori. Racconto di un’esperienza personale. Ero al mio primo anno da studente universitario fuori sede, e tutto sembrava andare storto. Lavoravo a tempo pieno in una fabbrica di maglieria già dall’estate, quando fu il momento di presentarmi al direttore di dipartimento di archeologia per parlare del mio piano di studi, questo mi invitò a rinunciare.

Riteneva che avere la maturità classica, e dunque conoscere già il latino e il greco, fosse un requisito essenziale di ammissione. Un requisito scritto da nessuna parte. Ribattei con determinazione che era quello il percorso di studi che avevo scelto e che quando sarebbe arrivato il momento di sostenere gli esami di greco e latino, anche se avrei dovuto studiare più degli altri, li avrei superati.

Sentendo da mia madre le mie tante piccole disavventure e dopo aver accertato quel cerchio alla testa che non voleva andare via, la mia vicina di casa, un’adorabile quanto tosta vecchietta, volle porgere il suo aiuto. Riferì a mia madre che in una determinata sera mi avrebbe tolto il malocchio. Così fece, o almeno provò.

Per ben due sere di seguito Natuzza tentò di liberarmi dal maleficio, ma le gocce d’olio immerse nell’acqua continuavano a riunirsi al centro del piatto sfuggendo i bordi su cui poco prima erano stati fatti i segni della croce. La terza notte, testimone mio cognato, il piatto con l’olio che doveva scongiurare il malocchio le saltò letteralmente per aria. Comare Natuzza prese un grande spavento rimanendo senza parole. Disse di non aver mai visto una maledizione così potente.

Mi riferì che la mia scelta di andare a studiare in un’altra città aveva infastidito molto familiari e amici che si sentivano abbandonati. Ancor più aveva dato fastidio la mia caparbietà. Venendo infatti da una famiglia molto numerosa non avrei mai potuto permettermi gli studi e molti mi dissero di restare in città, di lasciar perdere, ma io sapevo ciò che volevo. Avevo voglia di studiare, di conoscenza ed essere uno studente e lavorare a tempo pieno non mi spaventava.

Era chiaro, disse Natuzza, che nel mio caso non si trattava di invidia, gelosia, rabbia o rancore, ma di un vero e proprio maleficio. Qualcuno non voleva ch’io raggiungessi i miei scopi, ma attendeva il mio ritorno in città per potermi dire “era ovvio che non ce l’avresti fatta. Te lo avevamo detto.”

Natuzza conosceva questo tipo di persone e mi tranquillizzò dicendomi che mi avrebbe salvato dal loro giogo. Avrebbe fatto ricorso a un antichissimo rituale per i molti dimenticato e tramandato a lei dalla sua bisnonna, la tecnica della tegola e della cenere. 

COSA SERVE

  • Un’antica tegola in cotto, che servì da guanciale a Gesù, 
  • un fascio d’erbe: foglie d’arancio, foglioline di rosmarino, 
  • pezzetti di palma e foglioline di ulivo benedette nella Domenica delle Palme

IL RITUALE

La pratica rituale per questo scongiuro contro il malocchio è preceduta da un suffumigio che consiste nel mettere su una tegola in cotto un fascio di erbe: foglie d’arancio, foglioline di rosmarino, pezzetti di palma e foglioline di ulivo benedette nella Domenica delle Palme. Vengono posti dei carboncini accesi sulle erbe e, appena queste cominciano a bruciare e si leva il fumo, si recita il Credo. Sulla tegola – creduta apportatrice di calma e di riposo perché servì da guanciale a Gesù – il paziente deve tenere le mani incrociate sulla tegola. Allora, il guaritore recita questo potente scongiuro contro il malocchio:

“Nostru Signuri i Roma vinia,
‘na palma d’ulivu n’te mani tinia
supra l’altari a benericiva,
scippava l’occhi a cu mali faciva:
cu tri pani e cu tri pisci
Nostru Signuri mi duna abbundanza”

Traduzione:

“Nostro Signore da Roma veniva,
una palma d’olivo nelle mani teneva,

sopra l’altare la benediceva,
cavava gli occhi a chi male faceva:
con tre pani e con tre pesci
Nostro Signore mi dà abbondanza.”

Coincidenza o meno, il cerchio alla testa refrattario alle medicine sparì il giorno dopo. Natuzza, mi rassicurò dicendomi che tutto era finito e che per il resto della mia vita non avrei più dovuto preoccuparmi del male delle persone. A bbutti chiddu chi nd’avi dintra, nesci ‘i fora, la botte quello che ha dentro mette fuori. Con la forza di volontà avrei realizzato qualsiasi mio desiderio. Gli influssi maligni, non avrebbero più ostacolato le mie scelte. Lei, donna buona e analfabeta nata durante il primo conflitto mondiale e sopravvissuta ai bombardamenti della seconda grande guerra, alla cattiveria dei fasci locali e alla mera fame, ne era sicura.

Così fu. Certo, non fu facile essere uno studente lavoratore fuori sede, tra turni di notte, contratti falsi e ore di lavoro che per un breve periodo arrivarono a eccedere le 60 ore settimanali, ma anche se al voto di laurea non ottenni la summa cum laude ebbi le mie soddisfazioni. Il professore che mi invitava a desistere a seguire il percorso di studi in archeologia perché non avevo la maturità classica, si rivelò una persona molto corretta. Il mio esame era andato bene. Il professore non voleva  essere influenzato dai voti scritti dai suoi colleghi, e mi annunciò il suo voto prima di aprire il libretto. Capii che lui non ricordava chi fossi, non sapeva che la conversazione che ebbimo anni prima mi fece sentire non adatto a quella facoltà, inferiore ai miei colleghi di cui l’unico pensiero era solo lo studio. Mi diede il primo dei tre 30 e lode della mia carriera universitaria e mi chiese se avessi già deciso con chi presentarmi per la tesi di laurea. Risposi di sì, che avrei preso parte al progetto di ricerca Regio VI di Pompei. 

Anche se previsti per legge, i miei due datori di lavoro del tempo non mi concessero mai i giorni di studio, ma ricordo che un giovedì, il 21 aprile del 2005, avendo lavorato dalle 5 alle 9 del mattino come addetto alle pulizie, mi presentai in facoltà e sostenni ben tre esami con ottimi risultati: Museologia 28, Numismatica 30 e Paleontologia 30 e lode. Poi tornai a lavoro per il turno del pomeriggio.

Scrissi e realizzai la mia tesi nel sito archeologico di Pompei, dove, grazie allo scavo e al rilevamento di una canaletta d’acqua al di sotto del pavimento della Casa dei Fiori, il mio professore, noto archeologo, riuscì a dare conferma a una sua tesi. Nel territorio della regio VI di Pompei, prima della costruzione delle abitazioni, si trovava lì un bosco sacro dedicato al culto di Giove faggio, questo era confermato dalla presenza di una colonna votiva di origine etrusca incastonata, e non eliminata, tra le mura di una casa vicino a quella da me presa in studio. Il cruccio del professore era, però, che i faggi avevano bisogno di molta acqua e non nascevano vicino al mare.

La mia ricerca, quella strana canaletta non presa in considerazione nei documenti di scavi precedenti, fu la conferma che il professore stava cercando. Durante la discussione della mia tesi parlammo di questo. Di come la canaletta fornisse l’acqua che necessitava al faggio sacro per sopravvivere e del motivo per cui la zona  fu poi sconsacrata per far spazio al circolo abitativo e spostare il culto di Giove nel foro, il tempio con alle spalle il Vesuvio che oggi accoglie i visitatori con ingresso a Porta Marina. Il professore era euforico.

Ebbi gli elogi della commissione. Mi dissero che era la prima volta che la facoltà di Lettere di Perugia dava 10 punti in più a un candidato. Il mio professore di laurea poi, tenne a seguirmi fuori dall’aula mi rimproverò con benevolenza, dicendo che era dispiaciuto perché avrebbe voluto darmi il massimo dei voti. Gli risposi che essere uno studente lavoratore non era stato facile per me e che comunque ero già felice del risultato. Mi invitò a restare in contatto e infatti grazie alle ricerche sotto la sua guida compilammo il primo database informatico degli Scavi Pompei, l’Archeo-Tisbe. Realizzai ogni mio desiderio, fui assistente di galleria al British Museum di Londra, divenni uno scrittore, mi sposai e scoperta la mia passione per la tradizione popolare oggi continuo a scrivere gli articoli che state leggendo.

Dalla mia esperienza di vita, non so quanto la tecnica della tegola e della cenere sia stata d’aiuto, ma di sicuro sapere che ce l’avrei fatta nonostante i tanti ostacoli mi ha sempre dato uno stimolo a proseguire. Alla fine, quello che c’è dentro la botte deve uscire. 

PS: se vi state chiedendo come andarono i miei voti in greco e latino eccoli: Lingua e letteratura greca 25/30,
Lingua e letteratura latina, che fu l’ultimo esame che diedi, 26/30.

NOTE: la storia della tegola nel Nuovo Testamento
Nel Vangelo di Marco, gli apostoli erano frustrati con Gesù perché si trovavano nel mezzo d’una tempesta e il maestro dormiva: “Ed ecco levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa già si riempiva. Egli stava dormendo sul guanciale a poppa. Essi lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?»” (Mc 4, 37-38). È in realtà un richiamo e meditazione al Vangelo per quando Gesù sembra distante e indifferente.  In vari momenti della nostra vita possiamo provare lo stesso. Può verificarsi una crisi e ci guardiamo intorno e gridiamo a Dio, chiedendogli di svegliarsi. Gesù può “dormire”, ma la nostra fiducia nel suo amore non dovrebbe mai venir meno.

©️ Tutti i diritti riservati

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2 risposte »

  1. Mia Nonna mi portò da una vecchietta vestita cosi in nero che si trovava vicino casa ,fece questo rito ,avevo circa 5 6 anni ,ci portavamo i piatti di casa non so perché

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