Di Ruderi e Scrittura

I Fratelli di latte – Testimonianze

“Mia sorella maggiore è stata la mia nutrice. Lei contestualmente allattava suo figlio e me. Era il 1971.”

Fulvio Piemonte, Bari

“Anche la mia mamma ha allattato un altro bambino per salvarlo!”

Silvana, Reggio di Calabria

“Mia madre, quando allattava me allattava anche la figlia del vicino casa di qualche mese più piccola. Siamo cresciute insieme, andavamo a scuola e abbiamo fatto la prima comunione insieme. Accadde cinquant’anni fa, e ci chiamavano sorelle di latte.”

Francesca, Bari

“Mia madre lo ha fatto con una nipote, figlia di una sua sorella deceduta, mi sembra per l’influenza Spagnola. Probabilmente nutrirsi con lo stesso latte e dallo stesso seno equivale a sangue del tuo sangue. L’allattamento costringeva a stare più tempo insieme. Era un legame molto stretto, come quello di due gemelli. Crescendo, naturalmente, si perdeva quella stretta familiarità poiché ogni famiglia riprendeva la propria vita, soprattutto se ci si allontanava dal luogo. Infatti, noi eravamo soggetti a vari trasferimenti poiché mio padre era comandante di stazione della caserma dei Carabinieri.”

Iole Franchini, Bari

“C’era la balia che allattava e c’era quella che accudiva solamente. Quest’ultima era detta balia asciutta.”

Valeria, Reggio di Calabria

“Mia mamma mi raccontava che era stata allattata da una vicina, io la ricordo ancora. Era una bella vecchietta e la chiamavano donna Bianchina.”

Carmela, Reggio di Calabria

“Oggi esiste la banca del latte, ma un tempo la figura della balia si inseriva in un sistema sociale dovuto alla necessità di far fronte alla morsa della povertà e all’alta percentuale di mortalità infantile e femminile dell’epoca.

I fratelli di latte erano quei bambini che venivano allattati da una sorta di madre in prestito, che spesso per i più ricchi era una neo mamma che aveva molto latte e allattava, oltre a suo figlio, anche quello di un’altra famiglia. Credo che venisse pagata anche per questo e spesso era proprio la governante/bambinaia. Doveva trattarsi di una donna sana e robusta per garantire una nutrizione adeguata al bambino.

Per la gente comune, invece, la madre in prestito era una donna che, mentre la genitrice doveva assentarsi da casa per andare a lavorare nei campi intere giornate, si prendeva cura dei figli di vicini di casa o amici, o anche parenti che poi veniva ripagata con prodotti della terra.”

Domenica Caracciolo, Reggio di Calabria

foto di Kati Horna scattata durante la guerra civile spagnola

Sono sincero, non avevo mai sentito parlare dei fratelli di latte e credo, senza presunzione, che i nati della mia generazione (1979) e successiva non conoscano questo stupendo atto d’umanità. Questo post è merito di una lettrice del blog, che così scrive:

Salve, le scrivo dopo la lettura del suo articolo  Aldo Moro – il caso Galatina. Inizialmente mi aveva lasciato assai perplessa, questa mattina presto ho completato la lettura e sono rimasta letteralmente rapita dal racconto, dallo snodo dello stesso e da come tanti “quadri” di svariati livelli individuali, collettivi, storici, culturali in senso ampio e onnicomprensivo si siano ricompattati in un unicum prezioso ed esaustivo in senso totale. Ora Le chiedo cortesemente se ne ha fatto un libro perché vorrei tanto rileggerlo e donarlo.

Questa sua ricostruzione, mi ha permesso di ricordare una persona straordinaria come Aldo Moro, e conoscere la storia della povera Tota e della sua brillante mamma, Fida Stinchi.

Vede, io sono nata e vivo a L’Aquila, ma la famiglia è proprio di Galatina. Mio padre era fratello di latte e amico del professor Donato Moro, nonché profondo estimatore della figura di Aldo Moro che abbiamo sentito sempre molto familiare.”

Ivana, L’Aquila

Incuriosito da questo messaggio, chiedo alla signora Ivana se fosse disposta a raccontarmi la storia del suo papà. Una storia che ha concesso di condividere qui:

“Mio padre si chiamava Salvatore, è nato nel 1925 in via Angelo d’Aruca, nel centro storico di Galatina. La città dai bellissimi balconi.

Palazzo Scrimeri, Galatina

La sua mamma ebbe otto figli che purtroppo nascevano morti o morivano poco dopo. Mio padre fu l’unico a sopravvivere. Ebbene, nonna Giovanna come tutte le donne dopo il parto, aveva il latte e per motivi di salute personale e per beneficenza lo donava allattando i bambini le cui madri non lo avevano o ne avevano poco. Fu così che divenne la nutrice di Donato Moro, dal ’24 sino al primo anno di vita. Questa pratica del tempo che fu’, sanciva un legame fraterno tra i figli delle nutrici e i bimbi allattati con cui passavano molto tempo assieme, definendoli appunto fratelli di latte. Nonna morì di parto a 33 anni, nel 1930.

Mio nonno Vito era un contadino, aveva un suo terreno in una zona detta  “Lu culaturu” (da cola d’oro perché terreno fertile) e coltivava anche il terreno di Donna Addolorata Stasi in zona “Lu Celana“. Nonno si risposò cinque anni dopo. Nel frattempo mio padre e Donato Moro crescevano affezionati l’uno all’altro anche in virtù dell’amicizia tra le rispettive famiglie.

Sia il legame con il professor Donato Moro che con la terra d’origine non è mai venuto meno neanche con il trasferimento di mio padre, per motivi di lavoro. Da Galatina si spostò a in Abruzzo nel 1953, dove io sono nata. Ma il vincolo affettivo con la terra d’origine dei miei genitori non è mai venuto meno.

Mio padre, purtroppo morì nel 1981, a 55 anni di età, era maresciallo andò in pensione a 49 anni in virtù di una legge che favoriva i militari che erano stati al fronte durante la guerra, successivamente  prese servizio presso gli uffici dell’intendenza di finanza.

Ho goduto poco dei racconti di mio padre sulla sua città natia. Suoi più forti riferimenti amicali erano appunto quelli del professor Donato Moro, dell’On.le De Maria e del Dr. D’Amico. Io personalmente ho conosciuto solo Donato Moro che in diverse occasioni venne a trovarci a casa.

Essendo venuta a mancare tre anni fa anche mia madre non ho più fonti a cui attingere per conoscere fatti, fattarelli, persone e personaggi di Galatina. Attraverso le storie come la tua mi è parso di non spezzare quel filo magico che i miei tenevano in vita quando si trasferirono a L’Aquila.

Trovo che il Sud sia ricchezza.

1 risposta »

  1. La consuetudine, amicale, parentale, ma anche lavorativa, di allattare i figli di altre madri è stato un comportamento diffuso fino al secondo dopoguerra in tutta Italia ma, credo, anche altrove. La mortalità infantile era alta, ed erano molte le donne che, perduto il figlio nel periodo perinatale, offrivano il proprio latte in presenza di bisogno in un contesto di vicinanza, così come, pur avendo il proprio figlio da allattare, offrendo il surplus. E le famiglie in agiate condiioni economiche assumevano la balia, offrendo anche vitto e alloggio.
    Era alta anche la mortalità da parto, e poteva portare anche alla morte del bambino in assenza di una balia. Va ricordato che non c’era latte artificiale, e che il latte vaccino (la mucca di casa, o del vicino, in condizioni igieniche precarie) non era un sostituto adeguato del latte materno, per non dire del rischio di morte del bambino per gastroenterite.
    Il dopoguerra ha portato i primi antibiotici ma sopratutto il latte artificiale, e una campagna-vendita che indottrinava le donne a rinunciare all’allattamento al seno, per fortuna ora tornato pratica felicemente vissuta. Ma si è persa, sostituita da risorse disponibili ma impersonali, la collaborazione femminile, tanto più in un tempo e in un contesto che vede nascere pochi bambini che, pur iperprotetti e coccolati, non vengono più accolti e accuditi da una comunità solidale nella relazione di aiuto, ma crescono in famiglie-cellule isolate. E’ un grande tema, e andrebbe conosciuto.
    Bello e utile il suo articolo.

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